Dall’incertezza all’intelligenza: costruire bussole dinamiche nell’Era della complessità
(In memoria di Edgar Morin)
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15 Giugno 2026
Alfredo Adamo
Alfredo Adamo
- Cultura, Lavoro e Società, Tecnologia
In occasione della recente scomparsa di Edgar Morin, ho riletto alcuni studi che avevo fatto un anno fa in occasione di un mio intervento sulla Complessità e l’Incertezza all’evento Conn@actions 2025 a Roma.
Ho pensato che la memoria di Morin meritasse la condivisione e la messa in ordine dei miei pensieri di un anno fa, alcuni li condivisi durante il mio intervento a Conn@ctions, altri no. Citavo Morin, ma anche Taleb.
La recente scomparsa di Edgar Morin ci priva di uno dei più lucidi interpreti del nostro tempo, ma ci affida un’eredità fondamentale: il paradigma della complessità. In un mondo in cui il cambiamento è continuo e sistemico, la sua lezione è la chiave per leggere un presente che sfugge alle vecchie definizioni.
Oggi non ci troviamo di fronte a una “crisi” passeggera, ma a una transizione permanente. Siamo immersi in un contesto segnato da volatilità globale, accelerazione tecnologica e instabilità. Immaginate la scena: avete in mano una mappa, ma le strade cambiano mentre le percorrete. Come vi orientate?
Oltre le mappe statiche: la “testa ben fatta”
Morin ci ha insegnato che per comprendere la condizione umana dobbiamo superare i recinti disciplinari, quelle “gabbie” che frammentano la realtà e ci impediscono di vederne le connessioni. Citando Montaigne, il filosofo ci esortava a coltivare una “testa ben fatta” piuttosto che una “testa ben piena”. In un’epoca in cui siamo dominati da un oceano di informazioni erogate dai media, riempire la testa di nozioni non basta. Serve un’intelligenza capace di orientamento e di senso, capace di ibridare il rigore matematico e algoritmico con il pensiero narrativo e il mito.
Dall’incertezza all’Antifragilità
Se Morin ci ha fornito la lente per leggere la complessità, Nassim Nicholas Taleb ci offre il modello per agirla. L’opposto di fragile non è “robusto”. Un sistema robusto (come una mappa rigida) resiste agli urti restando uguale a se stesso, ma prima o poi si spezza. Un sistema antifragile, invece, prospera e trae vantaggio dal disordine, dagli stressor e dalla volatilità.
Le organizzazioni oggi non devono cercare una stabilità perfetta e artificiale — che nasconde rischi esplosivi — ma devono evolvere attraverso il trial and error, dove i piccoli errori diventano informazioni vitali per rafforzare il sistema. Dobbiamo abbracciare il caos come motore di apprendimento.
L’ascolto intelligente e la rappresentazione del caos
Per navigare questa complessità, dobbiamo cambiare le nostre stesse rappresentazioni, estendendo i nostri sensi. Le scienze della complessità ci mostrano che quando le immagini tradizionali non bastano, possiamo ricorrere a rappresentazioni aumentate: trasformare i dati in suoni, ascoltando la “musica” prodotta dalla lava di un vulcano o da un battito cardiaco, ci permette di cogliere ritmi, anomalie e pattern nascosti che l’occhio non vedrebbe.
Questo è ciò che possiamo definire ascolto intelligente e relazionale:
– Unire dati, segnali deboli e voci informali
– Fondere l’ascolto umano con l’ascolto algoritmico.
Tecnologie abilitanti e connessioni umane
In questa transizione, le tecnologie come l’Intelligenza Artificiale (AI) sono leve fondamentali, ma devono restare abilitanti, non dominanti. L’AI è utile solo se posta al servizio delle domande giuste: il Prompt è sempre più importante dell’Output.
Nella mia esperienza diretta, il fattore vincente nei progetti complessi non è mai l’algoritmo in sé, ma la cultura organizzativa e l’empatia umana che sanno interpretarlo. Servono perciò nuove competenze trasversali: pensiero sistemico per l’anticipazione, plasticità mentale per abbandonare il noto, e una leadership distribuita capace di orchestrare anziché accentrare.
Conclusione
Verso una cittadinanza planetaria
Edgar Morin ci ricordava che siamo tutti cittadini di una patria complessa: il nostro pianeta. Navigare l’incertezza non significa semplicemente resistere agli urti, ma scegliere una direzione anche quando la rotta non è chiara, lavorando per un’idea di fraternità globale.
Per farlo, servono connessioni autentiche: umane, tecnologiche e valoriali.
Smettiamo di cercare mappe statiche. Iniziamo a costruire bussole dinamiche.
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